CARCERI
QUANDO LA PUNIZIONE DIVENTA INFERNO
Adriano Sofri
Per conoscere un paese, vai a guardare le sue galere. Bella frase, eh? Lo ripetono in tanti, non ci crede quasi nessuno. Le galere sono inguardabili, per definizione. Vi si compiono pratiche di cui non vogliamo sapere niente, nella realtà: nei film invece ci piace moltissimo. I film sono fatti apposta per accontentare la nostra voglia di guardare cose inguardabili: tanto è un film, non ci impegna, finisce e andiamo a dormire contenti. Ora si è capito che la politica è questione di corpi. Aggiustiamo la frase: se volete conoscere la politica dei corpi, andate a guardare le galere. Prima ancora che gli ospedali, perché le galere sono anche ipeggiori degli ospedali.
La giustizia – non dico la bella aspirazione a qualcosa che non esiste, ma la sua professione: tribunali, giudici, processi – si ferma alle soglie del carcere, quando gli accusati o i condannati vengono passati ai birri. Là cessano di essere persone, e perfino di essere diversi fra loro. Non importa che siano innocenti incarcerati in attesa di un giudizio che li scagionerà, assassini di donne, o stranieri non in regola e basta. Sono corpi consegnati come si consegna un umiliato animale alle gabbie di uno zoo. Così si entra, e si lasciano alla matricola i propri effetti personali, un anello, la cintura e i lacci, la fotografia di fronte e di profilo, le impronte dei polpastrelli, e l’anima. I corpi devono essere denudati, perché sia piena la loro spoliazione. Nudi, una flessione, o più, una perquisizione anale, la consegna dei lenzuoli, se non sono finiti, e l’inoltro alla gabbia. L’ho pensato tante volte, e lo pensano tutti gli avventori di quel pozzo, agenti penitenziari ed educatrici, medici e suore, direttori e infermieri: come mai sono così pochi a suicidarsi in galera? Solo 61 in dieci mesi, per esempio, quest’anno. Come mai così pochi si feriscono, si tagliano, si mutilano? Solo alcune migliaia all’anno. Si prova una gran pena per i suicidati e gli ammazzati. Ma un vero sgomento per gli altri. Come hanno fatto a passare l’estate? Ve li ricordate, i giorni torridi dell’estate appena trascorsa? Era dura restare in spiaggia nelle ore meridiane, eh? In una qualunque delle galere si stava chiusi 20 o 22 ore al giorno dentro celle dalle sbarre arroventate e porte blindate in uno spazio inferiore a quello che le leggi assicurano ai pollai.
Quasi 30 mila persone all’anno entrano in galera per uscirne nel giro di tre giorni. Sensazionale, no? E per ognuno tutta la liturgia: lasciare l’anello e la cintura e l’anima, e le flessioni… Pazzia, naturalmente. Ma le pazzie sono difficili da affrontare, quando sono abituali, e basta voltare la testa dall’altra parte. In questi giorni una catena di episodi normalmente infami, ma imprevedibilmente documentati, inducono a non voltare la testa. Passerà presto. Si dimenticheranno le frasi meravigliose: Cucchi caduto dalle scale, il colonnello che avverte che una camera di sicurezza non è un albergo a cinque stelle, l’ufficiale che spiega che il massacro va eseguito al piano di sotto se no il negro lo vede, il sindacalista che spiega che tecnicamente massacro vuol dire richiamo verbale. Ci sono quasi 66 mila detenuti per una capienza di 41 mila. Se non ci fosse stato l’indulto, sarebbero più o meno 90 mila per una capienza di 41 mila. Un esperimento di fisica solida memorabile. E dell’indulto, avete ancora così orrore? Tanto allarme sul favore scandaloso fatto a Previti: avete più sentito nominare Previti? Però vi siete sentiti dire che l’indulto – votato a grandissima maggioranza dai due schieramenti, e ripudiato un minuto dopo da ambedue, per viltà – ha fatto impennare la criminalità e la recidiva. Non era vero. Vi hanno detto che non era vero? Macché: vi hanno detto che le carceri si erano riempite di nuovo, che i disgraziati usciti si erano sbrigati a rientrarci. Ci hanno anche scherzato su, come si scherza sulle scenette ridicole. Alla sufficiente distanza di tre anni le cose stanno così: che fra chi sconti l’intera pena in carcere il tasso ordinario di reciidiva supera il 68 per cento, e invece fra chi ha beneficiato dell’indulto la recidiva è stata del 27 per cento. Dunque ben più che dimezzata. Col dettaglio quasi comico, rispetto agli anatemi che corrono, che fra gli stranieri la recidiva è ancora più bassa. E vi hanno detto che, con l’eccezione del Napoletano, le cifre complessive sulla criminalità sono in forte diminuzione nel periodo 1992-2009, a cominciare dagli omicidi volontari, ridotti a un terzo? Si è tanto gridato contro la vergogna dell’indulto (povero Papa!) da impedire che fosse seguito dal suo complemento indispensabile, e riconosciuto indispensabile da tutti gli addetti, a cominciare dai magistrati: l’amnistia, che non avrebbe messo fuori nessun altro, ma avrebbe estinto una mole ormai superflua, dunque disastrosa, di procedimenti. E si è sabotato il lungo lavoro di un’ennesima commissione incaricata di riformare il codice penale. Ipocrisia di centrodestra e demagogia di giustizieri hanno fatto sì che l’indulto sia apparso come opera esclusiva del governo Prodi, e ne abbia segnato il discredito: un caso di omicidio suicidio politico. E un esempio del modo in cui il pregiudizio innamorato della galera (altrui) massacri i malcapitati che ci finiscono dentro, ma giochi anche l’intera partita del governo di un paese. E non è singolare che un capo di governo di centrodestra insidiato per anni dall’ombra della galera la sventi di volta in volta con le leggi e gli espedienti per sé, e non sia tentato per un momento di dare un’occhiata a come ci stanno, in galera, quegli altri 65 mila? Ci stanno bene, l’estate è passata. Fra poco farà un freddo meraviglioso.
ADRIANO SOFRI Diario di Repubblica del 5 novembre 2009
CARCERE E INDULTO di Adriano Sofri
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ALDA MERINI
La mia poesia è alacre come il fuoco
trascorre tra le mie dita come un rosario
Non prego perché sono un poeta della sventura
che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore,
sono il poeta che grida e che gioca con le sue grida,
sono il poeta che canta e non trova parole,
sono la paglia arida sopra cui batte il suono,
sono la ninnanànna che fa piangere i figli,
sono la vanagloria che si lascia cadere,
il manto di metallo di una lunga preghiera
del passato cordoglio che non vede la luce.
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Invito alla lettura – Gesualdo Bufalino
O quando tutte le notti – per pigrizia, per avarizia – ritornavo a sognare lo stesso sogno: una strada color cenere, piatta, che scorre con andamento di fiume fra due muri più alti della statura di un uomo, poi si rompe, strapiomba sul vuoto. Qui sporgendomi da una balconata di tufo, non trapela rumore o barlume, ma mi sorprende un ribrezzo di pozzo, e con esso l’estasi che solo un irrisorio pedaggio rimanga a separarmi… Da che? Non mi stancavo di domandarmelo, senza però che bastasse l’impazienza a svegliarmi; bensì in uno stato di sdoppiata vitalità, sempre più rattratto entro le materne mucose delle lenzuola, e non per questo meno slegato ed elastico, cominciavo a calarmi di grotta in grotta, avendo per appiglio nient’altro che viluppi di malerba e schegge, fino al fondo dell’imbuto, dove, fra macerie di latomia, confusamente crescevano alberi (degli alberi non riuscivo a sognare che i nomi, ho imparato solo più tardi a incorporare nei nomi le forme).
Ai piedi della scarpata, di fronte al viottolo che ne partiva, e pareva col suo rigo chiaro rassicurarmi così del repentaglio che m’ero lasciato alle spalle come dell’orridezza nuova dell’aria, esitavo un momento, in attesa che mi si calmasse nella gola il batticuore dell’avventura, e gli occhi prendessero confidenza con le visioni del sottobosco e la loro bambinesca mobilità. Caduto il vento, la cui mano m’aveva a più riprese, come la mano di un complice, trattenuto o sospinto nella discesa, il silenzio era pieno, i miei passi, quelli di un’ombra. Non restava che procedere un poco, ed ecco, al posto di sempre, purgatorialmente seduti a ridosso l’uno dell’altro, uomini vestiti d’impermeabili bianchi, e si scambiavano frantumi di suono, una poltiglia di sillabe balbe rimasticate in eterno da mascelle senili. M’avvicinavo a loro con un turbamento che l’abitudine non rendeva minore. Essi levavano mestamente la fronte, tutt’insieme accennavano un divieto, mi gridavano con spente orbite: vattene via. Non mi riusciva di obbedire, ma in ginocchio, a qualche metro di distanza, torcendomi le dita dietro la schiena, aspettavo che uno si muovesse, il più smunto, il più vecchio, una serpaia di rughe fra due lembi di bavero, e semplicemente curvandosi a raccattare una pietra, rivelasse dietro di sé, sulla soglia di un sottosuolo finora invisibile, botola di suggeritore o fenditura flegrea, la dissepolta e rapida nuca di lei, Euridice, Sesta Arduini, o come diavolo si chiama.
“Fermati”, gridavo “madre mia, ragazza, colomba”, mentre sentivo il tozzo polpastrello del sonno che mi suggellava le palpebre bruscamente detumefarsi, dissiparsi in bolla di schiuma, in vischioso collirio di luce. Soltanto in quell’istante, riaprendo gli occhi, capivo d’avere ancora una volta giocato a morire, d’avere ancora una volta dimenticato, o sbagliato apposta, la parola d’ordine che mi serviva.
(Gesualdo Bufalino – Dicerie dell’untore)
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Solidarietà a SIMONETTA SALACONE
Togunà esprime la sua solidarietà a Simonetta Salacone – di cui abbiamo potuto apprezzare la competenza e la passione per la scuola pubblica quando è intervenuta alla nostra iniziativa sulla scuola “L’amore che non scordo” - sotto accusa e a rischio di sospensione dall’incarico (c’è anche un’interrogazione parlamentare), per essersi rifiutata di far osservare il minuto di silenzio nella scuola di cui è Preside, per la morte dei soldati in Afganistan. La Salacone ha spiegato la decisione con l’argomentazione di essere assolutamente antimilitarista e con la circostanza che se è obbligo far osservare un minuto di silenzio per uomini morti in guerra, dovrebbe essere altrettanto obbligo far osservare un minuto di silenzio per ogni morto sul lavoro. Come non essere d’accordo?
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ASCANIO CELESTINI – DAVIDE CERVELLINO

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Il velo prima di tutto

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Ripresa – “Le ragioni delle passioni”
“… Un filosofo del Seicento – G. W. Leibniz – sosteneva “cattivi sono gli uomini privi di passione”, perché sono uomini noiosi, mentre invece gli individui che provano delle passioni sono quelli che vogliono cambiare il mondo, ossia che desiderano andare verso un sempre maggiore principio di perfezione. Le persone che mancano di passione sono inerti e frivole.”
leggi l’intera intervista a Elio Franzini
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EMPATIA
Vicini a quel barcone
Mi venivano i brividi, e, subito dopo, attacchi di rabbia, quando mio padre iniziava la sua cavatina cinica: “L’uomo è bestia, egoista e capace di amare solo se stesso e la sua progenie”. La chiosa, lo sapevo, sarebbe stata, invariabilmente: “Siete dei poveri illusi voi, che volete la giustizia e l’eguaglianza”. Pensavo che era un vecchio scemo, chiuso, gretto. Un piccolo borghese senza sogni e senza progetti grandiosi. Leggendo di quel 71 % degli italiani che si sarebbe detto (il condizionale è diretta emanazione della mia incredulità di fronte ai sondaggi) favorevole ad incriminare per immigrazione clandestina i 5 superstiti di un gommone carico di morti di sete, ho pensato forse aveva ragione mio padre. L’empatia, questo stato d’animo faticoso e sublime, non è, evidentemente, alla portata di tutti. Ci si mette nei panni dei propri figli, poi dei propri amici, quindi dei simili intesi come affini, perché la fantasia è poca (nella media) e non riesce a coprire la distanza culturale fra una ventisettenne eritrea e la vicina di casa, anche lei di Brescia o Verona, che legge da sempre lo stesso giornale ed espone, negli incontri di pianerottolo, opinioni omogenee alla sottocultura di caseggiato. Pare difficile, invece, sentirsi, anche solo per un attimo, la pelle nera, la miseria come prospettiva, la guerra in casa, la carestia, l’ignoranza addosso, la denutrizione, la paura. Ci si riuscisse, magari facendo, come in certe scuole di recitazione, esercizi di penetrazione nella psicologia del personaggio, non si potrebbe restare indifferenti a quell’oscillare patetico di speranza e disperazione, non si saprebbe condannare a restar fuori chi ha bisogno di essere accolto. L’empatia è la religione dei laici, si soffre come all’inferno, ma non ci si può rinunciare. Pena la perdita dell’unico Dio concreto, praticabile: l’altro, la persona.
Questo articolo è stato scritto da Lidia Ravera (scrittrice) e pubblicato su “L’Unità” del 27 agosto 2009, nella rubrica Voci d’Autore.
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BUONA RICERCA
MEGLIO QUI CHE ALTROVE
Forse la felicità, come la pace o la passione, arriva soprattutto quando non la cerchi.
Il poeta e filosofo statunitense Ralph Waldo Emerson verso la fine della sua vita scrisse: “Tutto ciò che ho visto mi insegna a confidare nel creatore per tutto ciò che non ho visto”. Eppure Emerson aveva perso il padre all’età di 7 anni, poi la prima moglie, che ne aveva venti, e un figlio di cinque. In Giappone il poeta Issa, vissuto alla fine del settecento, è amatissimo per i versi in cui celebra incantato il mondo della natura. Eppure perse quattro dei suoi figli, vide la moglie morire di parto e lui stesso rimase paralizzato.
A 29 anni forse non conoscevo nei dettagli le vite di queste persone. Ma cominciavo a sospettare che la felicità non dipendesse tanto dalla nostra condizione quanto da ciò che ne facciamo, in ogni senso. “Nulla è buono o cattivo”, dice Amleto. “Ma è il pensiero che lo rende tale”. A quel tempo avevo già la fortuna di fare la vita che sognavo da ragazzo: un lavoro fantastico (scrivere di politica internazionale per la rivista Time), un appartamento a Park avenue, tempo e denaro a sufficienza per andare in vacanza in Birmania, Marocco o El Salvador. Ma ogni volta che viaggiavo incontravo persone che, pur essendo intrappolate in mille difficoltà, sembravano avere più energie e più ottimismo dei miei amici. Nella privilegiata città californiana di Santa Barbara, dove ero cresciuto, conoscevo gente che magari era al quarto matrimonio e andava tutti i giorni dall’analista. E così, seguendo uno stereotipo sessantottino, ho lasciato la mia vita comoda per andare a vivere un anno in un tempio dei quartieri poveri di Kyoto. Quel mio anno è durato solo una settimana, il tempo che mi ci è voluto per accorgermi che non si trattava tanto di contemplare la luna e comporre Haiku, come avevo pensato, ma di pulire per terra senza sosta. Sono passati più di venta’anni, e oggi vivo ancora vicino a Kyoto in un appartamento di due stanze. Non ho la bici né la macchina, la tv non la capisco e non ho altri mezzi di comunicazione. Le mie giornate sembrano durare un’eternità, eppure non mi viene in mente neanche una cosa che mi manchi. Non sono un monaco buddistae non posso dire di amare le privazioni o l’idea di dover fare un’ora di strada per stampare l’articolo che ho scritto. Ma a un certo punto ho deciso che, almeno per me, la felicità non stava in tutto ciò che volevo o di cui avevo bisogno, ma in tutto ciò che non volevo. Così ho cercato di capire cos’è che davvero conduce alla pace interiore o alla concentrazione, che è il punto più vicino alla comprensione della felicità a cui sia mai arrivato. Non avere un’auto mi evita di pensare a un’enorme quantità di cose, e fa delle mie passeggiate nel quartiere un’avventura quotidiana. Dato che non ho un cellulare né una connessione internet veloce, ho il tempo di giocare ogni sera a ping pong, scrivere lunghe lettere a vecchi amici e andare a fare la spesa.
Forse la felicità, come la pace e la passione, arriva soprattutto quando non la cerchi. Di sicuro non consiglierei quasi a nessuno la mia vita, e mi dispiace molto per tutti quelli che negli ultimi tempi sono stati costretti di colpo a una semplicità cho non avevano desiderato. Ma non so quanto i dettagli o le conquiste esteriori possano davvero renderci felici. I miliardari che conosco pensano solo a diventare multimiliardari e passano più tempo in compagnia dei loro avvocati che dei loro amici
Desideri e necessità
Chi lavora in proprio fa sempre una vita precaria. Di questi tempi, poi, le incertezze sono più grandi che mai, soprattutto da quando gli attrezzi che mi sono scelto – le parole scritte – sembrano ridotti a semplici accessori per le immagini. Come quasi tutte le persone che conosco, anch’io negli ultimi mesi ho perso gran parte dei miei risparmi. Ho tempo però per leggere l’ultimo Carrè piluccando mandarini dolci al sole. E quando esce un album dei Sigur Ros, mi riempie giornate e notti intere. In quel momento mi sembra davvero che la felicità, come la pace o la passione, arrivi soprattutto quando non la cerchi. Se preferite la libertà alla sicurezza, se state più comodi in una stanza piccola che in una grande e trovate che la felicità consista nel far corrispondere i desideri alle necessità, allora non è correndo come pazzi che troverete la gioia. A New York una parte di me era sempre altrove, a pensare come sarebbe stata una vita semplice in Giappone. Ora che sono qui, mi accorgo che non penso quasi mai al Rockefeller Center né a Park aveneu.
Questo articolo è stato scritto da PICO IYER – giornalista e scrittore di viaggi per il New York Times - ed è stato ripreso e pubblicato da INTERNAZIONALE 21/7/2009 – 20/08/2009
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TOGUPARTY
VENERDI’ 03.07.2009, ORE 20-23, TOGUPARTY.
FESTEGGIAMO UN ANNO DI ATTIVITA’ E CI SALUTIAMO PER L’ESTATE
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